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Report L'affaire Sigfrido Ranucci Walter La Vitola.Lo stupido errore di giudicare un giornalista dalle sue fonti Il caso Ranucci/Lavitola e la lezione di Mino Pecorelli

Roma 15 agosto 2026 by avvocato Giulio Corsini

Le frequentazioni di un giornalista d’inchiesta possono e devono essere valutate criticamente. Ma
trasformarle, da sole, nella prova della sua compromissione è una scorciatoia tanto facile quanto
sbagliata. La storia di Mino Pecorelli dovrebbe averci insegnato qualcosa.

L’arresto di Valter Lavitola nell’inchiesta sull’attentato subito da Sigfrido Ranucci pone interrogativi
inquietanti che spetterà esclusivamente alla magistratura chiarire, nel pieno rispetto della
presunzione di innocenza.

Allo stato degli atti, però, un punto dovrebbe essere fermo: Ranucci è la vittima dell’attentato.
Lavitola è stato arrestato con l’accusa di esserne il mandante e, secondo quanto riportato
dall’ANSA, il gip ha escluso che siano emersi elementi di un accordo con Ranucci, ritenuto
inconsapevole del progetto. L’ipotesi investigativa è, anzi, che l’attentato fosse stato concepito da
Lavitola per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare propri progetti in ambito politico.
Naturalmente saranno le indagini e, eventualmente, il processo a stabilire la verità.

Eppure sta accadendo qualcosa di singolare: mentre l’inchiesta indica Ranucci come vittima
inconsapevole, una parte del dibattito sembra sempre più interessata a processare il suo
rapporto con Lavitola, fino a utilizzarlo per mettere in discussione l’autonomia professionale del
giornalista e, quasi per contagio, la credibilità di Report.

È una scorciatoia polemica molto comoda. E, a mio avviso, anche piuttosto stupida.

Non perché i rapporti di un giornalista non possano essere esaminati criticamente. Devono
esserlo. Se una fonte ha condizionato un’inchiesta, imposto un bersaglio, fatto omettere una
notizia o ottenuto un trattamento di favore, sono fatti che è giusto accertare.

Ma, appunto, servono fatti.

Non basta il sillogismo: Lavitola è un personaggio controverso; Ranucci lo frequentava ed era suo
amico; dunque Ranucci è sospetto e Report perde credibilità.

Ranucci, peraltro, non ha mai nascosto quel rapporto. Ha raccontato pubblicamente che l’amicizia
con Lavitola nacque nel 2019, dopo inchieste che Report gli aveva già dedicato, tra cui quelle
relative alla famiglia Berlusconi e ai Canadair.

Si può discutere tutto. Ma conoscere una fonte non significa dipenderne; frequentarla non
significa condividerne le azioni; diventarne amico non dimostra automaticamente una
compromissione professionale.

Un giornalista va giudicato per ciò che fa delle informazioni che riceve: le verifica? cerca riscontri?
confronta le fonti? conserva la propria autonomia? È disposto a pubblicare anche ciò che può
risultare sgradito alla persona che quelle informazioni gli ha fornito?

È proprio osservando il dibattito intorno a Ranucci che mi è tornata alla mente una figura
lontanissima per epoca, vicenda e personalità: Mino Pecorelli.

Non intendo naturalmente sovrapporre le due storie. Il punto di contatto è uno solo: l’errore di
giudicare un giornalista attraverso le persone che frequenta anziché attraverso il
giornalismo che produce.

Per molti anni Pecorelli è stato raccontato soprattutto attraverso le sue zone d’ombra: i rapporti con
politici, servizi segreti, apparati dello Stato, ambienti finanziari e massonici, l’iscrizione alla P2, la
quantità impressionante di informazioni riservate delle quali disponeva.

Ricattatore, faccendiere, uomo dei servizi: definizioni che hanno finito spesso per sovrapporsi alla
figura del giornalista.

Oggi, però, credo sia difficile negare che proprio la figura professionale di Mino Pecorelli
sia stata ampiamente rivalutata.

Non perché ne siano state cancellate le contraddizioni. Ma perché si è tornati a fare una cosa
molto semplice: leggere quello che scriveva alla luce di ciò che la storia avrebbe
successivamente portato alla luce.

Pecorelli disponeva di fonti straordinarie nei centri nevralgici dello Stato. Caso Moro, P2, servizi
segreti, scandali politico-finanziari, rapporti tra apparati e potere: molte informazioni e intuizioni
pubblicate su OP acquistarono negli anni successivi un significato che al momento della loro
pubblicazione era difficile persino comprendere.

È significativo che, quarant’anni dopo il suo assassinio, la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De
Felice abbia organizzato un convegno intitolato “Inchieste, scoop, impegno civile: il

giornalismo di Mino Pecorelli”. Non le frequentazioni di Pecorelli. Non i misteri di Pecorelli. Il
giornalismo di Pecorelli.

Su Pecorelli conservo poi un ricordo personale.

Mio padre, Renato Corsini, lavorò con lui agli inizi della propria carriera giornalistica.

Nel 1988 Corrado Augias dedicò a Pecorelli una puntata di Telefono giallo e intervistò anche mio
padre proprio perché lo aveva conosciuto e aveva lavorato con lui.

Di quella intervista mi è rimasta impressa soprattutto una definizione: mio padre definì Pecorelli
«un giornalista di razza».

Non intendeva affatto negarne la complessità o assolverne ogni scelta. Voleva riconoscergli
l’istinto del cronista, il coraggio, la curiosità e soprattutto la straordinaria capacità di arrivare
direttamente alle fonti e di entrare nei luoghi nei quali circolavano le informazioni che contavano.

Anche la controversa adesione di Pecorelli alla P2, alla quale seguirono le dimissioni, veniva letta
da mio padre anche in questo contesto: la volontà quasi ossessiva di avvicinarsi ai centri del
potere e alle persone dalle quali poteva ottenere informazioni.

Non significa giustificare quella scelta. Significa rifiutare un automatismo: frequentare un
ambiente non equivale necessariamente ad appartenergli; avere accesso al potere non
significa esserne al servizio.

Molti anni dopo Andrea Purgatori tornò sulla figura di Pecorelli con Atlantide, dedicandogli
Uccidete Pecorelli! Indagine su un delitto e ripercorrendo le sue inchieste e il contesto nel quale
maturò il suo assassinio. Come ricordo personalmente, in quell’approfondimento furono riproposti
anche spezzoni di Telefono giallo e dell’intervista a mio padre.

Ed è significativo che, a distanza di decenni, si sia tornati a parlare del Pecorelli giornalista.

Perché Pecorelli non è stato rivalutato scoprendo che frequentava persone migliori o più
rassicuranti.

È stato rivalutato tornando a guardare il suo lavoro. Alle notizie che aveva pubblicato. Alle
informazioni delle quali disponeva. Alle fonti alle quali era riuscito ad arrivare. Alle intuizioni che
avevano anticipato fatti e vicende che sarebbero stati compresi pienamente soltanto dopo.

Ed è questa, a mio avviso, la lezione che la sua storia può ancora offrire al giornalismo di oggi.

Ed è questa la lezione che conserva oggi una sorprendente attualità.

Un giornalista d’inchiesta non può selezionare le proprie fonti sulla base di un certificato di
rispettabilità. Chi indaga sul potere, sulla criminalità, sulla corruzione, sui servizi o sui grandi
interessi economici entra inevitabilmente in contatto con persone controverse, ambigue, talvolta
compromesse.

Una fonte può parlare per interesse, vendetta o convenienza. Può avere un secondo fine. Può
persino mentire.

Il mestiere del giornalista comincia esattamente lì: verificare, cercare riscontri, confrontare le
versioni, distinguere l’informazione dalla manipolazione e conservare la propria autonomia.

Per questo il rapporto Ranucci-Lavitola può essere esaminato e criticato quanto si vuole. Ma
trasformarlo, senza fatti ulteriori, in un’arma per delegittimare Ranucci o Report non è giornalismo
critico: è una scorciatoia demagogica.

Se emergeranno condizionamenti concreti, andranno valutati. Fino ad allora, una fonte controversa
non rende controverso per contagio il giornalista che la frequenta.

La storia di Pecorelli dovrebbe avercelo insegnato.

Forse, allora, invece di chiederci innanzitutto chi frequentava un giornalista, dovremmo porci la
domanda più seria: che cosa ha fatto quel giornalista delle notizie che quelle persone gli
hanno dato?

È da lì che si misura la sua indipendenza.

Ed è da lì che dovrebbe cominciare ogni giudizio sul lavoro di un «giornalista di razza».

XI AGOSTO 2026

Giulio CORSINI


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