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Mediaset, Pier Silvio Berlusconi, Alfonso Signorini lo scopritore di talenti che piacciono al grande capo. Prima era il bunga bunga adesso è lo zucchero filato

London 29 January 2026 by Peter Gomse e Patrick William

C’è una parola che ritorna ogni volta che si prova a capire la televisione italiana degli ultimi trent’anni: corte. Non nel senso decorativo o mondano, ma in quello antropologico: un luogo in cui il potere si rende visibile, seleziona, premia, scarta. Un luogo in cui il talento non basta se non è leggibile dal centro.

In questo quadro, Mediaset ha rappresentato — più di ogni altro soggetto — la modernizzazione industriale della corte: dal carisma fondativo di Silvio Berlusconi alla fase attuale guidata da Pier Silvio Berlusconi, orientata a una governance più sobria, internazionale, manageriale.

Eppure, anche quando cambia lo stile, il dispositivo resta.

Il talent scout come funzione di sistema

In ogni corte esiste una figura-chiave: il mediatore. Colui che individua, filtra, presenta. Nella televisione contemporanea questa funzione è incarnata da conduttori e direttori editoriali che trasformano volti in personaggi, storie private in narrazione pubblica, aspirazioni in format.

Alfonso Signorini rappresenta questa funzione non come “scopritore” in senso romantico, ma come operatore di leggibilità: rende un talento compatibile con il racconto, con il palinsesto, con l’immaginario dell’azienda. È una funzione strutturale, non personale.

La corte dei miracoli: quando il centro crea la periferia

Pasolini parlava di Repubblica di Salò non solo come luogo storico, ma come metafora del potere che sopravvive a se stesso, chiudendosi in una rappresentazione ossessiva, autoriflessiva, spettacolare. Una “corte dei miracoli” in cui il centro continua a mettere in scena la propria legittimità mentre la periferia viene chiamata a esibirsi.

La televisione generalista ha spesso funzionato così:

borgatari simbolici che arrivano a corte;

rituali di inclusione ed esclusione;

una festa permanente che è anche prova di fedeltà;

il talento che diventa personaggio solo se accetta la forma.

Non è moralismo: è antropologia del potere.

Dal bunga bunga alla governance

Il prima e il dopo della televisione berlusconiana sono separati da una frattura evidente. Il prima — quello del bunga bunga, dell’eccesso, dell’ostentazione — aveva una figura emblematica in Lele Mora: il cortigiano moderno, il facilitatore, il trafficante di prossimità.

Quel modello oggi è archiviato. La fase attuale punta su brand safety, reputazione, disciplina editoriale. Ma il rischio è credere che basti cambiare il tono per cambiare il dispositivo.

Perché la corte può diventare più elegante, senza smettere di essere una corte.

Il corpo come materia narrativa

Nel sistema televisivo, il corpo non è mai solo corpo: è materia narrativa. Non perché qualcuno lo imponga, ma perché l’attenzione funziona così. Il problema nasce quando il desiderio diventa criterio implicito di selezione, quando la visibilità sembra dipendere più dalla capacità di generare racconto che da una competenza riconoscibile.

Qui la “perversione” — in senso antropologico, non morale — non riguarda la sessualità, ma la torsione del mezzo: il racconto che divora il contenuto, la festa che sostituisce il merito.

Una responsabilità editoriale

Un grande gruppo editoriale ha una responsabilità che va oltre la legalità: governare il dispositivo. Separare la costruzione dei personaggi dalla dipendenza dalla corte. Rendere trasparenti i criteri di selezione. Restituire al talento una traiettoria che non passi necessariamente dall’esposizione dell’intimità.

È qui che si misura la vera discontinuità: non nel silenzio, ma nella capacità di riformare la forma.

Epilogo

La televisione berlusconiana ha avuto molte vite. Dall’euforia fondativa all’eccesso, dall’eccesso alla normalizzazione. Oggi è a un bivio culturale: diventare finalmente istituzione senza corte, oppure restare una corte ben vestita.

Pasolini ci ha insegnato che il potere non muore quando perde consenso, ma quando non sa più riconoscersi nello specchio che ha creato. La televisione, da questo punto di vista, resta lo specchio più implacabile.


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