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Caso Corona Signorini. La catena del controllo: una lettura psicoanalitica e antropologica del potere nello scandalo del Grande Fratello di Endemol

Milano 29 dicembre 2025 by Matteo Corsini Antropologia culturale

La catena del controllo: una lettura psicoanalitica e antropologica del potere nello scandalo Corona–Signorini

Il dibattito acceso dal caso Corona–Signorini non può essere compreso limitandosi alla cronaca o alla polemica mediatica. Se lo si osserva con gli strumenti della psicoanalisi e dell’antropologia del potere, emerge un quadro più profondo: la persistenza di una catena di controllo simbolico in cui il sesso, la fama e la vulnerabilità diventano dispositivi di assoggettamento.

Non si tratta di attribuire fatti o responsabilità individuali — che spettano, eventualmente, ad altre sedi — ma di analizzare un paradigma culturale. Un paradigma che ha radici lontane e che in Italia trova una delle sue espressioni più evidenti nell’immaginario costruito attorno al potere mediatico e politico degli ultimi decenni.

Dal punto di vista psicoanalitico, il potere che utilizza l’intimità come leva non è un potere sicuro di sé, ma un potere fragile, che ha bisogno di legare l’altro a sé attraverso il desiderio, la paura o la dipendenza. Freud e, successivamente, Lacan hanno mostrato come il controllo passi spesso non attraverso la forza, ma attraverso il godimento: quando il desiderio viene catturato, l’autonomia dell’individuo si riduce.

In questo senso, il sesso non è il fine, ma il mezzo. Non è libertà, ma strumento di relazione asimmetrica. Laddove la visibilità diventa indispensabile per esistere socialmente, chi controlla l’accesso alla visibilità esercita un potere che può trasformarsi in dominio simbolico. Anche senza ordini espliciti. Anche senza minacce manifeste.

L’antropologia del potere insegna che ogni sistema dominante produce le proprie zone d’ombra. Ruth Benedict parlava di “configurazioni culturali” capaci di rendere normali comportamenti che, osservati dall’esterno, appaiono patologici. Applicato al nostro contesto, questo significa che un ecosistema mediatico può normalizzare la confusione tra successo e sottomissione, tra consenso e assuefazione.

È qui che l’eredità simbolica del “bunga bunga” assume un significato che va oltre l’aneddoto storico. Non come pratica, ma come mentalità. Una mentalità in cui il potere si manifesta attraverso l’accesso privilegiato, la trasgressione condivisa, il vincolo implicito del silenzio. Un modello che non ha bisogno di essere dichiarato, perché funziona per imitazione e convenienza.

In termini biblici — e dunque simbolici, non moralistici — potremmo parlare di una nuova Sodoma e Gomorra non come luogo del peccato, ma come luogo della perdita del limite. Dove tutto è esposto, tutto è negoziabile, tutto può diventare strumento. Dove il sesso smette di essere relazione e diventa moneta di potere. Dove l’altro non è più soggetto, ma funzione.

Questa perversione del potere non riguarda l’orientamento sessuale, né la vita privata in quanto tale. Riguarda l’uso politico e culturale dell’intimità. Quando l’intimità entra nella sfera del controllo, la libertà si riduce e la paura cresce. E un sistema fondato sulla paura, anche se rivestito di successo e glamour, è strutturalmente autoritario.

Il caso Corona–Signorini agisce allora come rivelatore. Non dimostra, ma mostra. Mostra una crepa nel racconto di un potere che si era presentato come leggero, moderno, liberatorio, e che oggi appare attraversato da dinamiche arcaiche: dipendenza, fedeltà forzata, esposizione come minaccia.

Se la piattaforma culturale del centrodestra vuole sopravvivere come progetto politico e non solo come somma di interessi, dovrà fare i conti con questa eredità simbolica. Perché non si può predicare ordine e valori mentre si tollera un immaginario in cui il potere passa dal controllo dei corpi e delle reputazioni.

La psicoanalisi ci ricorda che ciò che non viene elaborato ritorna. L’antropologia ci insegna che ciò che viene normalizzato diventa struttura. E la politica, se non spezza queste catene simboliche, finisce per esserne prigioniera.


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