Milano 29 dicembre 2025
Dal Bunga Bunga di Silvio Berlusconi all’era Pier Silvio: la crisi della piattaforma culturale del centrodestra
by Matteo Corsini - antropologo-ideatore della Teoria dei Codici Universali
Il caso Corona–Signorini non è l’ennesimo incidente di percorso della cronaca spettacolare italiana. È il punto di rottura di una piattaforma culturale che per decenni ha sostenuto l’egemonia del centrodestra, in particolare attraverso la televisione commerciale. Non uno scandalo sessuale in senso stretto, ma uno scandalo di sistema: il sesso, semmai, è il detonatore che rende visibile una struttura di potere fondata sulla fama, sull’allusione e sulla gestione dell’esposizione.
Per capire la portata del fenomeno, è utile richiamare Noam Chomsky. In Manufacturing Consent, Chomsky e Herman spiegano come i media, soprattutto quelli commerciali, non si limitino a informare, ma producono consenso attraverso meccanismi di accondiscendenza strutturale al potere: selezione delle notizie, linguaggio, cornici interpretative, normalizzazione di ciò che è accettabile. Non servono ordini dall’alto: il sistema funziona perché conviene a tutti gli attori coinvolti.
Applicato al contesto italiano, questo schema aiuta a leggere una tradizione mediatica che ha accompagnato l’ascesa e la lunga stagione del berlusconismo. Una televisione che non ha solo raccontato il potere, ma lo ha reso desiderabile, familiare, spettacolare. In questo quadro, alcune figure simboliche — da Emilio Fede a Jerry Scotti, in ruoli e registri diversi — rappresentano non tanto singole responsabilità, quanto una grammatica culturale: fedeltà all’ecosistema, intrattenimento come anestetico critico, confine poroso tra informazione, spettacolo e consenso.
È qui che la tradizione del “bunga bunga” smette di essere un episodio folkloristico del passato e diventa un paradigma persistente. Non come pratica, ma come immaginario: trasgressione normalizzata, successo come assoluzione, visibilità come criterio di legittimazione. Un immaginario che ha continuato a permeare i palinsesti, i linguaggi, le carriere, anche quando la politica diceva di voler cambiare pagina.
Il caso Corona–Signorini non dimostra nulla in senso penale, ma mostra molto in senso antropologico. Mostra un universo in cui la reputazione è fragile, la vita privata è potenzialmente esposta, la carriera dipende dalla permanenza dentro un circuito. Un universo in cui il potere non ha bisogno di censurare: basta premiare l’accondiscendenza e isolare chi rompe l’equilibrio.
Chomsky parlerebbe di consenso prodotto, non imposto. Di giornalismo che non mente necessariamente, ma seleziona, omette, addolcisce. In questo senso, la piattaforma televisiva riconducibile a Mediaset/RTI non è “sotto processo” come azienda, ma come architettura culturale: un sistema che ha formato i costumi, le aspettative e le ambizioni di intere generazioni, e che oggi appare incompatibile con la narrazione di sobrietà e rigore che il centrodestra di governo rivendica.
Il problema non è la libertà individuale, né la trasgressione. Il problema è la confusione strutturale tra libertà e controllo, tra intrattenimento e legittimazione del potere. Quando la fama sostituisce il merito, quando l’accesso conta più della competenza, il controllo diventa l’ombra inevitabile del successo.
Per questo il centrodestra è davanti a una scelta non più rinviabile. Continuare a difendere un immaginario televisivo che non regge più, oppure recidere il legame con una piattaforma culturale che ha esaurito la sua funzione storica. Non per moralismo, ma per realismo. Non si governa un Paese nuovo con una cultura vecchia.
Il caso Corona–Signorini passerà. Ma la frattura resta. È la frattura tra visibilità e autorevolezza, tra consenso prodotto e responsabilità reale. E finché quella frattura non verrà affrontata, la tradizione culturale del “bunga bunga” — nelle sue forme simboliche — continuerà a sopravvivere, anche quando tutti fingono di averla superata.

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