ROMA 25 DICEMBRE 2025 BY Cristiana Fallaci
La torta, il vuoto e l’attacco.
La torta da 300 milioni, il rettore indebolito e la corsa al potere
Dall’attacco disciplinare al TAR: come nasce e si consolida l’estromissione di Alessandra Briganti.
Roma – In ogni grande affaire il potere non cade all’improvviso: viene fiutato.
Nel caso Unimarconi–Forcom, ciò che scatena la corsa non è un dissesto, né una crisi improvvisa, ma un vuoto di comando che si apre nel momento di maggiore fragilità del vertice storico: la rettrice Alessandra Briganti, fondatrice e figura centrale dell’intero sistema.
Sul tavolo non c’è solo una carica accademica.
C’è una torta da circa 300 milioni di euro: il patrimonio costruito in decenni attraverso il consorzio interuniversitario Forcom, partecipato da università pubbliche, e progressivamente tradottosi in immobili, fondazioni, società veicolo.
Quando chi custodiva quel sistema si indebolisce, il patrimonio diventa improvvisamente visibile.
E qualcuno si muove.
I protagonisti: da impiegati a decisori
Secondo gli atti e le visure, al centro della fase iniziale compaiono nomi che fino a poco tempo prima erano dipendenti o dirigenti amministrativi dell’ente, assunti o nominati dalla stessa Briganti:
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Alessio Acomanni
già impiegato e dirigente, poi divenuto Presidente dell’Università Guglielmo Marconi, Presidente della Fondazione Marsilio Ficino e Direttore Generale del Consorzio Forcom: una concentrazione di ruoli che lo colloca al centro di ogni snodo. -
Veruska Bellandi
Direttrice Amministrativa dell’Ateneo, figura tecnica chiave nella gestione dei procedimenti e degli atti. -
Marco Belli
Direttore Generale dell’Università Guglielmo Marconi, coinvolto nei passaggi decisionali che accompagnano l’estromissione del vertice.
È questo gruppo dirigente che, secondo la ricostruzione difensiva, prende il controllo del momento critico.
L’innesco giuridico: un presupposto che non esiste
Il “golpe” non si presenta come tale.
Si apre con un procedimento disciplinare, apparentemente ordinario, ma fondato su un presupposto di fatto inesistente: un presunto rinvio a giudizio della professoressa Briganti che non risulta mai avvenuto.
Il dato è decisivo perché:
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viene contestato formalmente dalla diretta interessata nella seduta del 28 settembre 2023;
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è quindi conosciuto da chi deve decidere.
Non siamo davanti a un errore scoperto dopo.
Siamo davanti a un presupposto contestato prima della decisione.
L’accelerazione: quando la procedura diventa arma
Ed è qui che la vicenda assume un rilievo giuridico esplosivo.
Nonostante:
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la contestazione formale del presupposto,
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l’assenza del rinvio a giudizio,
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l’esistenza di termini regolamentari che prevedono 30 giorni di ponderazione,
la decisione disciplinare viene adottata il giorno successivo.
Una scelta fulminea, che secondo gli atti integra almeno colpa grave, perché:
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il fatto presupposto non esisteva;
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la sua inesistenza era nota;
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i tempi regolamentari vengono compressi senza giustificazione.
Ma il vero punto non è solo procedurale.
Il TAR: perché la tempistica “inchioda” i decisori
La destituzione della rettrice Briganti avviene in coincidenza temporale con un giudizio pendente davanti al TAR.
Secondo la ricostruzione oggi all’esame dei giudici civili:
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l’estromissione produce immediatamente effetti sul piano processuale;
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consente di eccepire improcedibilità;
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fa emergere una carenza di interesse;
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contribuisce a bloccare la sospensiva richiesta.
È questo l’elemento che rende la vicenda qualitativamente diversa:
l’atto disciplinare non appare più solo una sanzione interna, ma uno strumento utilizzato per incidere su un giudizio in corso.
Ed è qui che, secondo i legali della Briganti, la protezione dell’ente si incrina.
Dal potere disciplinare alla responsabilità personale
Quando un organo che esercita una funzione di rilievo pubblicistico:
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agisce su un presupposto inesistente,
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consapevolmente contestato,
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con tempistica funzionale a un effetto processuale,
si apre un fronte nuovo: la responsabilità personale.
È per questo che oggi:
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si parla di domanda riconvenzionale;
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di chiamata in causa dei componenti del Collegio di Disciplina;
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di perdita della copertura tecnica dell’ente;
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di possibile responsabilità solidale per i decisori.
Non è una sentenza.
È una linea di rischio, chiara, documentata, che ora accompagna ogni atto successivo.
Il senso dell’affaire
Il “golpe” Unimarconi–Forcom non è un colpo di mano plateale.
È una retroguardia amministrativa che, fiutata la fragilità del vertice, si muove compatta, accelera, comprime regole, e conquista il controllo.
Da lì in poi verrà tutto il resto:
liquidazioni, cessioni, trasformazioni societarie, spoliazioni patrimoniali.
Ma senza questo primo passaggio, nulla sarebbe stato possibile.
Ed è per questo che oggi l’affaire Unimarconi non è solo una questione accademica o immobiliare:
è una questione di qualità morale, responsabilità istituzionale e trasparenza, che chiama in causa nomi, ruoli e scelte precise.
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