Roma 24 dicembre 2026 by Cristina Fallaci
Cinque mesi. È questo l’arco temporale in cui una delle figure accademiche più autorevoli dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi, la professoressa Alessandra Spremolla Briganti, viene prima sospesa e poi destituita dalla carica di Rettore, al termine di un procedimento disciplinare che oggi è al centro di una complessa battaglia giudiziaria civile e amministrativa.
Secondo gli atti depositati in Tribunale e al TAR del Lazio, non si tratterebbe di una normale vicenda disciplinare, ma di un’operazione molto più ampia: un cambio di potere realizzato attraverso un’accelerazione procedurale senza precedenti, fondata – sostiene la difesa – su presupposti di fatto inesistenti.
Il presupposto che non c’era
Il cuore della vicenda ruota attorno a un elemento chiave: l’asserita esistenza di un rinvio a giudizio penale a carico della professoressa Briganti, mai avvenuto.
Dai documenti emerge che si trattava, in realtà, della semplice fissazione di un’udienza preliminare davanti al GIP, successivamente rinviata. Nonostante ciò, il Collegio di Disciplina dell’Ateneo avrebbe deliberato come se il rinvio a giudizio fosse già stato disposto.
Un dettaglio? Tutt’altro.
Il regolamento disciplinare dell’Università prevede espressamente che, in presenza di un procedimento penale, l’azione disciplinare debba essere sospesa. Qui, invece, accade l’opposto: il procedimento viene concluso in tempi record, il giorno successivo all’audizione della difesa, senza attendere il termine regolamentare di trenta giorni.
Una decisione già scritta
Ancora più significativo è un passaggio documentale: prima ancora che il Collegio di Disciplina si riunisse per decidere, negli atti del giudizio amministrativo si parlava già di “procedimento disciplinare di imminente conclusione”.
Una previsione che, col senno di poi, appare profetica.
Per la difesa della professoressa Briganti, non si tratta di una coincidenza, ma della prova di una decisione già assunta, funzionale a un obiettivo preciso: far venir meno l’interesse a proseguire il giudizio davanti al TAR e consolidare il nuovo assetto di potere all’interno dell’Ateneo e della Fondazione promotrice.
Dalle accuse alla delegittimazione
Le contestazioni disciplinari – che spaziano da presunti conflitti di interesse a spese di modesto importo, come un abbonamento Netflix o servizi di pulizia regolarmente fatturati – vengono definite negli atti giudiziari “pretestuose” e “strumentali”.
Secondo la ricostruzione difensiva, si sarebbe trattato di una campagna denigratoria finalizzata non all’accertamento della verità, ma alla rimozione di una figura considerata scomoda.
Non a caso, la professoressa Briganti ha depositato una domanda riconvenzionale milionaria per danno all’immagine e alla dignità professionale, chiedendo anche la chiamata in causa personale dei componenti del Collegio di Disciplina, accusati di aver deliberato consapevolmente su basi fattuali errate.
Il nodo istituzionale
Il caso UniMarconi pone una questione che va oltre la singola vicenda:
fino a che punto un procedimento disciplinare può essere piegato a logiche di governance?
E quale tutela resta per l’autonomia accademica quando il diritto al contraddittorio viene sacrificato sull’altare della rapidità?
Sono interrogativi che ora attendono una risposta nelle aule giudiziarie. Ma che, intanto, sollevano un’ombra lunga sul modo in cui il potere può essere esercitato – e cambiato – all’interno di un’università privata.
Una battaglia che non riguarda solo una persona
La professoressa Briganti ha annunciato che qualsiasi eventuale risarcimento sarà devoluto interamente in beneficenza. Un gesto simbolico che rafforza la lettura di questa battaglia non come una rivendicazione personale, ma come una richiesta di verità e di ristabilimento delle regole.
Perché, come emerge dagli atti, qui non è in discussione solo una carriera, ma il confine – sempre più fragile – tra procedimento e potere.

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