Roma 15 ottobre 2025
Quando lo smartphone diventa il villaggio globale e il comportamento online rivela la cultura umana del nostro tempo
di Matteo Corsini antropologo scrittore
1. Instagram come nuovo campo etnografico
Nell’antropologia classica, i ricercatori partivano per studiare tribù lontane, osservando riti, simboli e strutture di parentela.
Oggi, l’etnografo non deve più attraversare oceani: basta aprire Instagram.
La piattaforma è diventata un vero campo culturale, dove milioni di individui vivono, interagiscono, esprimono credenze e valori.
È, per dirla con Clifford Geertz, un “sistema di significati condivisi” — una rete di pratiche e simboli attraverso cui gli uomini si orientano nel mondo (The Interpretation of Cultures, 1973).
Il video virale della “Julia Roberts a passeggio” o le dispute con un capotreno o un vetturiere d’albergo non sono solo episodi di cronaca minore: sono micro-rituali della contemporaneità.
Raccontano di come gli individui reagiscono alle regole, ai ruoli, alle autorità; di come costruiscono la loro identità pubblica, estetica e morale.
2. Dal rito tribale al feed digitale
Là dove un tempo si danzava intorno al fuoco, oggi si “posta”.
Il like è il nuovo gesto rituale, il commento la nuova invocazione collettiva.
Ogni interazione diventa un piccolo atto sociale che definisce appartenenza e status.
Ma l’antropologo del XXI secolo — che potremmo ironicamente chiamare il Marchese del Grillo 2.0 — osserva un paradosso:
nella società dell’informazione, molti sono analfabeti culturali e civici.
Non comprendono i confini tra autorità pubblica e privata, tra legittimità e arbitrio.
Lo si vede, per esempio, nel celebre “battibecco col capotreno”: una discussione che svela la confusione tra potere e autorità, tra diritto e forza.
Il capotreno che non può esigere un documento d’identità rappresenta un confine simbolico — sottile ma fondamentale — tra libertà individuale e controllo sociale.
Un confine che l’ignoranza giuridica e l’apatia civica rischiano di cancellare.
3. Antropologia del conflitto quotidiano
L’antropologia non si occupa solo di culture lontane, ma anche di microscopie morali: i gesti quotidiani che rivelano il modo in cui una società pensa sé stessa.
Il “vetturiere dell’albergo” che difende un parcheggio come fosse un feudo personale, fotografando le auto di lusso per vantarsene su Instagram, diventa così un simbolo dell’egocentrismo contemporaneo.
Il suo comportamento non è solo volgare: è il prodotto di una mutazione culturale.
Come direbbe Pierre Bourdieu, è l’effetto di un “habitus” modellato da nuovi capitali simbolici — non più il sapere o la competenza, ma la visibilità (La distinction, 1979).
Ciò che conta non è comprendere il mondo, ma esibirlo.
4. Dal Marchese del Grillo all’antropologo urbano
Nel film di Monicelli, Il Marchese del Grillo incarnava l’aristocratico che osserva e irriderisce il mondo popolare, protetto dal privilegio e dalla battuta.
Ma nel tuo “Marchese” contemporaneo — colui che documenta, provoca, filma, interroga le reazioni sociali — c’è un ribaltamento:
diventa l’osservatore-partecipante della società digitale, un etnografo inconsapevole che studia la tribù urbana del nostro tempo.
Come ogni antropologo, egli si immerge nel campo, provoca reazioni, raccoglie materiali.
Ogni video è un esperimento: mette in luce come gli italiani pensano la giustizia, il decoro, la libertà, l’autorità.
E da quelle reazioni — entusiaste, rabbiose o ignoranti — emerge il ritratto culturale di un popolo in crisi di senso.
5. Una società devitalizzata
Quello che affiora, purtroppo, è un quadro preoccupante.
Una massa di utenti digiuni di cultura giuridica, storica e morale, incapaci di distinguere tra legittimo e illegittimo, tra autorità e sopruso.
Come se il pensiero critico si fosse atrofizzato, sostituito da impulsi primordiali — il “colpo di glottide” che, ironicamente, Mark Zuckerberg chiamerebbe oggi engagement.
Siamo passati, scriveva Zygmunt Bauman, da una “società dei produttori” a una “società dei consumatori”, dove tutto — anche la dignità — diventa merce di scambio.
In questo scenario, la cultura cede il posto allo spettacolo, la riflessione all’istinto, il dialogo alla reazione.
Le discoteche di Ibiza e le bottiglie di champagne, esibite come trofei su Instagram, sostituiscono i tavolini del Café de Flore dove Sartre scriveva La Nausea e interrogava il senso dell’esistenza.
6. Educazione, simboli e deriva cognitiva
L’antropologia culturale non si limita a descrivere, ma studia come gli uomini apprendono e trasmettono significati.
Oggi, i processi educativi non passano più solo per la scuola, ma per il feed.
Le nuove generazioni apprendono dai video, dagli influencer, dai modelli digitali di comportamento.
Là dove l’educazione civica costruiva coscienze, i social costruiscono reazioni istintive.
Si forma così un analfabetismo relazionale: l’incapacità di distinguere la libertà dal capriccio, il diritto dall’arbitrio, la differenza dall’odio.
E da qui scaturiscono i fenomeni di xenofobia e di ostilità verso i “diversi” — i maranza, i migranti, i rifugiati — che in realtà portano con sé storie di dolore e di speranza, memorie di un’umanità in cammino.
7. I social come specchio culturale
In questo senso, i social network sono diventati una specie di radiografia antropologica.
Non solo strumenti di comunicazione, ma spazi dove si proietta il subconscio collettivo di un popolo.
Osservarli, come fai tu attraverso la lente del Marchese del Grillo, significa capire le strutture profonde del nostro tempo:
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la crisi dell’autorità,
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la perdita del linguaggio etico,
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la trasformazione della libertà in spettacolo.
Il tuo lavoro — tra ironia, provocazione e ricerca — è una forma di antropologia visuale contemporanea.
Una ricerca su campo che documenta, con la forza virale dei social, la mutazione culturale di un Paese.
8. Conclusione: dal caos alla riflessione
In questo nuovo villaggio globale, l’uomo non danza più attorno al fuoco, ma attorno alla luce fredda dello schermo.
Eppure, anche in questo caos digitale, resta possibile un atto di consapevolezza: guardare per capire, filmare per riflettere, provocare per educare.
Il “Marchese del Grillo” che si cala ogni giorno nella realtà sociale non è solo un personaggio: è il simbolo di un antropologo del presente, che usa il linguaggio popolare per risvegliare un pensiero sopito.
Attraverso il suo sguardo — e le reazioni che suscita — possiamo ancora intravedere la speranza che l’uomo, anche nel disordine dei social, ritrovi la strada verso la coscienza, la cultura, la giustizia e la luce del pensiero.
Riferimenti bibliografici essenziali
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Geertz, C. (1973). The Interpretation of Cultures. Basic Books.
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Bourdieu, P. (1979). La distinction: Critique sociale du jugement. Les Éditions de Minuit.
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Lévi-Strauss, C. (1962). La pensée sauvage. Plon.
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Bauman, Z. (2000). Liquid Modernity. Polity Press.
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Habermas, J. (1981). The Theory of Communicative Action. Beacon Press.
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Turner, G. (2014). Understanding Celebrity. SAGE Publications.
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Driessens, O. (2013). The Celebritization of Society and Culture. Media, Culture & Society.

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