Martedi' 13 Ottobre 2026
HOTLINE: +39 335 291 766
  • Home
  • News
  • Gaza, la tregua tradita: Hamas contro il suo stesso popolo.Hamas sta riprendendo il controllo dei territori abbandonati dall’IDF...

Gaza, la tregua tradita: Hamas contro il suo stesso popolo.Hamas sta riprendendo il controllo dei territori abbandonati dall’IDF

New York 2025 October,12 by Romolo Sandri for CorSera.it

Il ritiro dell’esercito israeliano fino alla Linea Gialla e la proclamazione della tregua avevano fatto sperare in un lento ritorno alla vita nella Striscia di Gaza.
Ma la realtà che emerge in queste ore è diversa, più cupa: Hamas sta riprendendo il controllo dei territori abbandonati dall’IDF, e lo fa con la stessa logica repressiva che per anni ha soffocato il popolo palestinese.
Lo denuncia il quotidiano arabo Asharq Al-Awsat, secondo cui sono già iniziate rappresaglie, arresti ed esecuzioni sommarie contro fazioni locali e gruppi civili accusati di aver collaborato con Israele.

Il ritorno del potere e la paura del popolo

Nel nord della Striscia — a Jabalia, Beit Lahia e nei quartieri periferici di Gaza City — uomini delle Brigate Qassam e dell’intelligence interna di Hamas si sono schierati per “ristabilire l’ordine”.
Ma dietro la retorica della sicurezza si nasconde una campagna punitiva.
Fonti locali parlano di una vera e propria “resa dei conti”: i militanti di Hamas starebbero giustiziando membri delle Forze Popolari di Yasser Abu Shabab e di altri piccoli gruppi di autodifesa nati durante l’assedio.

La guerra è finita, ma la violenza non si è fermata.
È semplicemente cambiato il bersaglio: non più Israele, ma i palestinesi stessi.


Dal nemico esterno al nemico interno

Questa nuova stagione di terrore segna il passaggio definitivo di Hamas da movimento di resistenza a regime di paura.
Per anni ha rivendicato il ruolo di difensore del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana.
Oggi, invece, combatte chiunque non si pieghi alla sua autorità.

È la parabola classica di tutti i poteri nati dalla guerra:
quando il nemico esterno arretra, il potere si rivolta verso l’interno, cercando nuovi traditori da punire per giustificare la propria esistenza.
E così Gaza, già devastata materialmente, diventa il teatro di una nuova distruzione morale e politica.


La ricostruzione senza democrazia

La Striscia è ora un campo di rovine senza istituzioni legittime.
La guerra ha distrutto infrastrutture e famiglie, ma l’assenza di democrazia rischia di distruggere anche il futuro.
Hamas, che da quasi vent’anni governa Gaza senza elezioni, continua a imporre la propria autorità come se la tregua fosse una vittoria personale, non una concessione alla disperazione del popolo.

Eppure, non può esserci vera ricostruzione senza rappresentanza politica, senza giustizia, senza libertà civili.
Le risorse internazionali per la ricostruzione — già promesse da Unione Europea, Stati Uniti, Qatar ed Egitto — rischiano di finire nelle mani dello stesso apparato di potere che ha contribuito alla catastrofe.
Senza trasparenza, la rinascita di Gaza diventerà solo l’ennesimo strumento di controllo politico.


Il dramma politico palestinese: due leadership, nessun futuro

Il ritorno di Hamas come forza dominante a Gaza riapre anche la ferita storica della divisione interna palestinese.
Da una parte, il movimento islamista che domina la Striscia con la forza delle armi; dall’altra, l’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmoud Abbas, delegittimata, paralizzata, incapace di rappresentare i palestinesi della diaspora e dei territori occupati.

Tra queste due leadership, il popolo palestinese resta prigioniero di due fallimenti:

  • uno autoritario e teocratico, che reprime in nome della resistenza;

  • l’altro burocratico e impotente, che ha perso ogni contatto con la realtà del conflitto.

È questa vacanza di democrazia che permette a Hamas di perpetuare la propria egemonia e di sopravvivere politicamente anche quando ha perso moralmente.


Le vittime dei terroristi di Hamas

In questi giorni, mentre le famiglie palestinesi cercano di tornare tra le macerie, Hamas continua a punire i propri cittadini come nemici.
A Jabalia, Beit Lahia e Rafah sono segnalate esecuzioni extragiudiziarie di sospetti “collaborazionisti”.
Molti degli arrestati sono civili, giovani, volontari che durante i bombardamenti avevano coordinato aiuti umanitari con ONG internazionali.

Hamas li accusa di spionaggio, ma in realtà teme la loro indipendenza, la loro capacità di organizzarsi senza permesso.
Così, nel nome della sicurezza, annienta ciò che resta del tessuto civile di Gaza.

È un copione già visto: i terroristi che dicono di difendere un popolo finiscono per distruggerlo, moralmente e fisicamente.
E il mondo, ancora una volta, guarda altrove.


Ricostruire la libertà, non solo le case

Oggi la comunità internazionale si concentra sul cessate il fuoco, sulla distribuzione degli aiuti, sulla ricostruzione materiale.
Ma ricostruire Gaza senza democrazia significherebbe ricostruire la prigione, non liberarla.
La pace non si costruisce solo con cemento e fondi, ma con istituzioni, libertà e diritti.

Finché Hamas controllerà la Striscia, ogni pietra posata sarà sotto la minaccia della paura.
La vera sfida della comunità internazionale non è ricostruire le mura, ma dare ai palestinesi la possibilità di scegliere chi li rappresenta.

Una nuova autorità, fondata su pluralismo e legalità, deve emergere.
Senza questa svolta, Gaza resterà ostaggio della logica del potere armato.


La lezione per l’Occidente

Le cancellerie occidentali, felici di celebrare la tregua come una vittoria della diplomazia, non possono chiudere gli occhi su ciò che accade dentro Gaza.
Hamas non può essere un interlocutore stabile di pace: è una struttura militare che prospera sul caos.
Finché il popolo palestinese non verrà liberato anche da questa oppressione interna, ogni processo di pace resterà fragile, ipocrita e reversibile.

L’Occidente deve smettere di confondere Hamas con i palestinesi.
Difendere i palestinesi oggi significa difenderli anche da chi li governa nel terrore, sostenendo forme di partecipazione democratica, tutela dei diritti e leadership civili alternative.


Un popolo in cerca di sé stesso

Dopo la guerra, Gaza non è solo un luogo distrutto: è una comunità senza guida, senza fiducia, senza voce.
Eppure, dentro questa disperazione, resiste un popolo che vuole vivere, studiare, costruire, amare.
Un popolo che merita di essere rappresentato, non strumentalizzato.

Se davvero la tregua sarà il primo passo verso la pace, allora la ricostruzione dovrà partire da qui: dalla rinascita della libertà palestinese, non dal ritorno dei suoi carcerieri.


Perché ricostruire Gaza senza democrazia significa lasciare intatto ciò che l’ha distrutta.


Comments (0)

DI' LA TUA SCRIVI UN COMMENTO A QUESTO ARTICOLO

Per commentare gli articoli è necessario essere loggati a Corsera Space. Fai log in oppure, se non sei ancora un utente della Community di Corsera, registrati qui.