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Delitto di Garlasco Massimo Lovati “Ignoranti come capre”: quando l’insulto diventa difesa.

Torino Massimo Morandi editor 11 ottobre 2025 sul delitto di Garlasco

Le parole dell’avvocato Massimo Lovati, legale della famiglia Sempio — “I miei clienti sono ignoranti come capre” — hanno suscitato indignazione e sarcasmo, ma meritano una lettura più complessa.
A prima vista sembrano una caduta di stile, un eccesso di sincerità che oltrepassa il limite del rispetto dovuto ai propri assistiti.
Ma a guardare più da vicino, quella frase potrebbe rivelarsi un atto di strategia difensiva calcolata, mirato a proteggere i suoi clienti nel quadro di un’indagine sempre più intricata, segnata dai famosi “pizzini” scritti dal padre di Andrea Sempio.

Il contesto: i “pizzini” e il peso delle parole

Secondo quanto trapela dalle indagini, i cosiddetti pizzini — biglietti scritti a mano, di contenuto ambiguo e interpretabile — sarebbero uno degli elementi più delicati del fascicolo.
In quei fogli, alcuni investigatori hanno letto riferimenti a possibili accordi, tentativi di corruzione, o influenze indebite sulle autorità giudiziarie, nel tentativo di alleggerire la posizione processuale di Andrea Sempio, già lambito dalle ombre del delitto di Garlasco.

Proprio per questo, la difesa di Lovati si muove su un terreno minato: i pizzini, pur non costituendo prove dirette, alimentano un sospetto di trama familiare, di un sistema di protezione “artigianale” ma potenzialmente illecito.
In questo scenario, dichiarare che i clienti sono “ignoranti come capre” non è necessariamente un insulto, ma una forma di disinnesco preventivo.


Una strategia di “neutralizzazione preventiva”

L’avvocato Lovati sembra voler costruire un profilo di incompetenza e inconsapevolezza per i propri assistiti.
In sostanza: se i pizzini appaiono sospetti, è perché chi li ha scritti non aveva gli strumenti culturali, linguistici e giuridici per capire il peso delle parole.
Una linea difensiva che mira a ridimensionare la responsabilità soggettiva, riducendo il tutto a un contesto di ingenuità, di goffaggine contadina, di errori di espressione più che di intenzioni criminali.

Si tratta di una tattica già nota nel diritto penale italiano: spostare l’attenzione dall’intenzione alla capacità.
In altre parole, dimostrare che gli imputati non sono criminali organizzati, ma persone semplici, incapaci di comprendere la gravità dei propri atti.


Dal caso Sempio al precedente degli Spada: la logica della “minimizzazione”

Il paragone con la strategia difensiva adottata nel processo contro i membri della banda degli Spada di Ostia è calzante.
Anche in quel caso, i legali scelsero una linea di difesa “al ribasso”, sostenendo che i loro assistiti non fossero mafiosi, ma delinquenti comuni di bassa lega, privi di un’organizzazione strutturata o di un codice mafioso.
Una scelta apparentemente paradossale, ma giuridicamente efficace: ridimensionare la caratura criminale per evitare l’aggravante dell’associazione mafiosa, e dunque pene molto più pesanti.

Lovati sembra muoversi nella stessa direzione: depotenziare il profilo morale e intellettuale dei suoi assistiti per ridurre la loro responsabilità percepita.
Nel linguaggio del diritto, è la strategia della non imputabilità morale piena: riconoscere la colpa, ma negare la consapevolezza.


Il confine tra difesa e disprezzo

È chiaro che una frase come “ignoranti come capre” colpisce la sensibilità pubblica.
Ma nel codice non scritto del foro, la parola dell’avvocato non è mai solo un giudizio morale: è uno strumento, una leva processuale.
Lovati non denigra i suoi clienti: li protegge, li “svuota” momentaneamente di capacità, li priva di pericolosità sociale agli occhi dell’opinione pubblica e dei giudici.

Certo, c’è un limite: la difesa non può mai sconfinare nell’umiliazione.
Ma nel caso in esame, il linguaggio colorito potrebbe nascondere una strategia precisa, un messaggio destinato più al tribunale che ai media.


Una difesa che parla due lingue

Quella di Lovati è una difesa doppia: processuale e mediatica.
Sul piano processuale, tenta di limitare l’imputabilità soggettiva; sul piano mediatico, cerca di smorzare la pressione dell’opinione pubblica, che nel caso Garlasco resta altissima anche a distanza di anni.

In un sistema in cui i processi si giocano sempre più tra le aule e i talk show, il linguaggio è parte della strategia.
E se l’avvocato sceglie la parola dura, la provocazione, lo fa anche per dettare il tono del racconto, spostando l’immagine dei suoi assistiti dalla furbizia alla goffaggine, dalla colpa alla confusione.


Conclusione: la verità nel linguaggio della difesa

In fondo, la frase di Lovati — al netto dell’ironia — potrebbe essere letta come un paradosso utile:
dare ai propri assistiti una “debolezza” come forma di protezione.
Un espediente che sposta il giudizio dal piano etico a quello legale.

E se è vero che ogni avvocato deve difendere anche l’indifendibile, allora forse Lovati ha solo ricordato una verità antica del diritto penale:

“Non sempre la giustizia nasce dal rispetto, ma spesso dal coraggio di parlare fuori dal coro.”

 

“Ignorant as goats”: When an insult becomes a defence strategy

The words of Italian lawyer Massimo Lovati, counsel to the Sempio family — “My clients are ignorant as goats” — sparked outrage and disbelief across Italy.
At first glance, the remark seems like a breach of decorum, an unprofessional outburst unworthy of a defence attorney.
Yet on closer inspection, that phrase may actually be part of a calculated legal strategy, designed to protect his clients in one of Italy’s most convoluted criminal sagas: the long-running Garlasco murder case.


Context: the “pizzini” and the burden of ambiguity

The investigation has been clouded by the discovery of several handwritten notes — the so-called pizzini — allegedly written by Andrea Sempio’s father.
These scraps of paper contain cryptic and ambiguous messages which prosecutors interpret as evidence of potential collusion or attempts to influence the judiciary, perhaps even schemes to shield Andrea Sempio from renewed suspicion in the Garlasco case.

Lovati therefore faces a delicate task.
The pizzini may not constitute direct proof, but they nurture the suspicion of a family plot, of a poorly conceived attempt to protect their own.
By declaring publicly that his clients are “ignorant as goats,” Lovati appears to be neutralising the problem at its root — recasting his clients not as conspirators, but as naïve people incapable of understanding the implications of their words.


A strategy of preventive neutralisation

The lawyer’s tactic is to construct a profile of incompetence and unawareness.
If the pizzini appear incriminating, it is only because those who wrote them lack the education or legal understanding to grasp their gravity.
This shifts the focus from intention to capacity: a classic move in criminal defence.

Rather than portraying his clients as cunning manipulators, Lovati frames them as unsophisticated and impulsive, thus reducing their moral and legal responsibility.
It is a defence of limitation — an attempt to argue that they could not have acted with criminal intent because they did not truly comprehend what they were doing.


Parallels with the Spada case: the art of minimisation

The strategy echoes a precedent seen in the trial of the Spada clan of Ostia, a notorious criminal group on Rome’s coast.
Their lawyers argued that the defendants were not members of a mafia-type organisation, but merely petty criminals, undisciplined and unorganised — a clever legal distinction that helped to avoid harsher sentences for mafia association.

Lovati seems to be employing a similar logic: downgrading the perceived gravity and sophistication of his clients’ behaviour in order to reduce exposure to more serious charges.


The fine line between defence and disdain

Admittedly, calling one’s own clients “ignorant as goats” shocks public opinion.
Yet in courtroom dynamics, such language can serve a purpose.
Lovati’s remark is not necessarily contempt; it is a performative act, aimed at detaching his clients from the aura of calculation and guilt.

The statement may sound crude, but it can be interpreted as a shield — stripping his clients of perceived cunning, presenting them instead as careless, even simple-minded.
In doing so, Lovati reclaims control over the narrative, shifting the image of the Sempio family from schemers to victims of their own ineptitude.


A dual-layered defence: courtroom and media

Like many high-profile Italian trials, the Garlasco case is fought both in court and in the court of public opinion.
Lovati’s rhetoric therefore plays on two levels: legally, it mitigates intent; publicly, it counters a wave of suspicion that could prejudice any future proceedings.
By shaping how the media frames the Sempio family, he indirectly shapes how the judiciary perceives them.


When provocation serves justice

Seen in this light, Lovati’s statement is less a lapse of professionalism than a provocative act of legal pragmatism.
In Italy’s adversarial system, where every word can influence perception, even an insult can become a calculated piece of advocacy.

His clients may appear humiliated, but they are also shielded: their supposed ignorance becomes their protection.
As paradoxical as it may sound, Lovati’s “insult” could prove to be the smartest defence available — a reminder that, in law as in life, truth often hides in the tone, not just in the words.

 

 


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