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CorSera Magazine Meloni elogia Trump, ma la pace di Gaza non cancella il massacro.Il dovere di distinguere tra Hamas e il popolo palestinese

Roma 11 ottobre 2025 by editor Matteo Corsini 

L’accordo che ha portato al cessate il fuoco a Gaza, dopo 735 giorni di guerra, è stato accolto con entusiasmo da molte cancellerie occidentali. Tra i primi a congratularsi con Donald Trump — principale mediatore della tregua — c’è stata la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, che ha definito l’intesa “una vittoria della ragione e della diplomazia americana”.
Parole di elogio che, tuttavia, hanno suscitato non poche perplessità, soprattutto per il tono con cui la premier ha minimizzato l’impatto delle imponenti manifestazioni popolari che, in questi mesi, hanno attraversato le piazze del mondo.

Manifestazioni non marginali, ma protagoniste di una mobilitazione civile globale che ha contribuito a spostare la percezione pubblica di una guerra che — partita come “giusta reazione” al massacro del 7 ottobre 2023 — si è via via trasformata in un massacro indiscriminato del popolo palestinese.


Il peso della piazza e la leggerezza della politica

È vero: la politica decide, ma la piazza — quando è consapevole, pacifica e universale — plasma la coscienza collettiva.
Sottovalutare il ruolo che milioni di cittadini hanno avuto nel riportare l’attenzione mondiale sul dramma di Gaza significa non comprendere la portata morale di questa guerra.
Non si tratta di tifoserie o fazioni, ma di coscienza civile: di chi, vedendo le immagini di bambini, ospedali, scuole e case rase al suolo, ha capito che la difesa legittima non può mai diventare sterminio.

La premier Meloni, nel suo elogio a Trump, ha preferito sottolineare l’efficacia della diplomazia americana, sorvolando però sulla pressione morale che l’opinione pubblica mondiale ha esercitato sulle cancellerie occidentali e sugli stessi Stati Uniti.
È anche grazie a quella pressione se oggi si parla di pace, non solo di “ordine”.


Dal 7 ottobre al 2025: la logica del massacro reciproco

Nessuno — e va ribadito con chiarezza — può o deve giustificare Hamas.
L’attacco del 7 ottobre è stato un atto terroristico, una strage pianificata con la crudeltà e il disprezzo della vita umana che solo le ideologie totalitarie conoscono.
Ma proprio per questo, la reazione israeliana avrebbe dovuto essere diversa: ferma, sì, ma proporzionata e dentro i limiti del diritto internazionale.

La logica degli “ultranazionalisti ortodossi” israeliani, che hanno paragonato Hamas a Hitler — “con Hitler non si tratta”, hanno detto — ha finito per tramutare la lotta contro un’organizzazione terroristica nella distruzione di un intero popolo.
Una guerra che, giorno dopo giorno, ha dissolto la distinzione tra colpevoli e innocenti, tra miliziani e civili, tra combattenti e bambini.

Ed è qui che la politica internazionale ha fallito.
Nel nome della lotta al terrorismo, si è chiuso un occhio — e spesso due — davanti a crimini umanitari evidenti: bombardamenti su scuole, ospedali, campi profughi, quartieri interi ridotti in cenere.
Il diritto alla sicurezza di Israele non può diventare licenza di annientamento.


Trump, Meloni e la pace come successo personale

Nel linguaggio politico occidentale, la parola “pace” è spesso declinata come trofeo personale.
Trump la rivendica come una vittoria della sua diplomazia diretta e muscolare; Meloni la celebra come segno di “realismo” e “amicizia atlantica”.
Ma in questa narrazione manca sempre il soggetto principale: il popolo palestinese.

Il cessate il fuoco non è la pace, e la pace vera non si costruisce solo tra leader e governi: si costruisce sulle macerie della fiducia, tra popoli feriti, tra generazioni che hanno conosciuto solo la paura.
Meloni, invece, ha preferito esaltare la “determinazione” di Trump, ignorando che quella tregua — per quanto fragile — è anche il frutto di una reazione morale globale, di chi non ha più accettato il silenzio.


Salvare il popolo palestinese non significa difendere Hamas

C’è un equivoco da sciogliere una volta per tutte: difendere il popolo palestinese non significa schierarsi con Hamas.
Significa difendere il principio universale di umanità.
Significa riconoscere che tra le vittime ci sono giovani, donne, bambini, persone che non hanno mai imbracciato un’arma e che pagano il prezzo di un conflitto che non hanno scelto.

“Salvare il popolo palestinese” significa proteggerlo dal gioco di potere di Hamas, ma anche dall’abuso della forza israeliana.
Significa restituirgli voce, dignità e futuro, separando l’identità di un popolo dal ricatto delle fazioni armate che ne usano il nome.

E qui l’Italia — che per storia e posizione geopolitica ha sempre avuto il ruolo di ponte nel Mediterraneo — avrebbe potuto dire una parola diversa, più equilibrata, più umana.
Invece, si è preferito restare nel solco della retorica americana, fatta di alleanze, di equilibri e di convenienze.


Il dovere della politica: tornare a guardare negli occhi le vittime

L’intervento di Giorgia Meloni ci ricorda quanto sia facile, oggi, parlare di pace senza guardare la guerra.
Ma la pace vera — quella che i palestinesi e gli israeliani dovranno costruire insieme — non nasce dai protocolli, bensì dall’atto umano di riconoscersi reciprocamente.

Finché il linguaggio politico continuerà a giustificare l’ingiustificabile, a minimizzare la tragedia dei civili, a mettere sullo stesso piano Hamas e il popolo che subisce, la pace resterà un artificio retorico.
Un titolo da conferenza, non un fatto di civiltà.


Un’ultima verità scomoda

Anche volendo comprendere la paura di Israele, anche accettando la logica della difesa, non si può accettare la logica della punizione collettiva.
Un popolo non è responsabile dei crimini dei suoi carnefici.
E un governo che bombarda scuole e ospedali non può dirsi difensore della libertà.

Oggi, chi davvero vuole la pace deve avere il coraggio di dire che salvare il popolo palestinese è salvare noi stessi, la nostra idea di umanità, di diritto, di giustizia.
Separare Hamas dai palestinesi non è solo un obiettivo politico: è un dovere morale.


La pace non si misura dai proclami dei leader, ma dal numero di bambini che possono tornare a dormire senza il suono delle bombe.


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