Milano 11 ottobre 2025 Milano Rebecca Filonardi
C’è stato un momento, durante l’anteprima del TG La7 di questa sera, che merita una riflessione profonda.
Enrico Mentana, uno dei giornalisti più autorevoli e apprezzati del nostro panorama mediatico — uomo di intelligenza vivace, voce riconoscibile e tono sempre spigoloso — ha commesso una gaffe linguistica che non può essere archiviata come semplice scivolone di diretta.
Parlando del cessate il fuoco e del rientro dei civili palestinesi a Gaza dopo 735 giorni di guerra, ha definito quel ritorno una sorta di “transumanza”, aggiungendo che “il popolo palestinese torna alle proprie case”.
Parole forse pronunciate con leggerezza, nel flusso di una cronaca veloce, ma che hanno il peso di una metafora sbagliata.
Una metafora che dice molto più di quanto l’autore stesso probabilmente intendesse.
Non una transumanza, ma un ritorno tra le macerie
“Transumanza” è una parola antica, quasi poetica. Evoca il movimento stagionale delle greggi, il ritmo naturale della terra, la continuità della vita contadina. Ma associarla oggi al ritorno dei palestinesi a Gaza è un errore semantico e morale.
Non è un popolo di pecore quello che rientra: sono sopravvissuti, profughi che tornano in un territorio ridotto in polvere.
Gaza non è più Gaza.
È stata spianata da due anni di bombardamenti, demolizioni, assedi.
Le case non esistono più. Le scuole non esistono più. Gli ospedali non esistono più.
Rientrare oggi nella Striscia significa camminare tra le macerie del proprio passato, cercare una fotografia, un giocattolo, un segno di chi non c’è più.
Chiamare tutto questo “transumanza” — anche se detto in buona fede — svuota di senso il dolore umano.
È un lapsus linguistico che rivela la distanza emotiva con cui spesso osserviamo il dramma palestinese, trasformato in immagine televisiva, in abitudine, in scenografia del conflitto.
Le parole come specchio della coscienza collettiva
Ogni parola che usiamo plasma la percezione della realtà.
Quando un giornalista — soprattutto uno che parla a milioni di persone — sceglie un termine, sceglie anche un punto di vista.
Le parole non sono neutre. Hanno un peso politico, culturale, simbolico.
Usare una parola impropria non è solo un errore grammaticale: è una crepa nel racconto del mondo.
E quella crepa ci mostra come, spesso, il linguaggio mediatico non riesca più a contenere la complessità del dolore.
Lo semplifica. Lo addomestica. Lo riduce a flusso narrativo.
La guerra di Gaza, invece, non si può raccontare con leggerezza.
Dietro ogni numero c’è un nome. Dietro ogni “rientro” c’è un lutto.
La parola “transumanza” non è solo sbagliata: è un tradimento del linguaggio umano, quello che dovrebbe difendere la dignità dei vivi e la memoria dei morti.
La distanza che anestetizza
C’è un tratto comune nelle grandi tragedie contemporanee: più si allontanano da noi geograficamente, più tendiamo a raccontarle con una lingua neutra, amministrativa, quasi burocratica.
Così i rifugiati diventano “flussi”, i morti diventano “perdite collaterali”, e chi ritorna tra le macerie diventa una “transumanza”.
È la stessa logica che trasforma i profughi siriani in “ondate migratorie” e le carestie africane in “emergenze umanitarie”.
La lingua dei media, spesso inconsapevolmente, riproduce la distanza morale dell’osservatore occidentale.
E in quella distanza si consuma una parte della nostra umanità.
La guerra di Gaza non è finita solo nei numeri o nelle trattative politiche: continua nel modo in cui la raccontiamo.
Ogni parola che minimizza, che banalizza, che sostituisce la tragedia con l’immagine comoda di un “ritorno” o di una “normalità”, ci rende complici dell’oblio.
La responsabilità del racconto
Chi fa informazione ha una responsabilità enorme: trasformare i fatti in comprensione, non in abitudine.
Il linguaggio giornalistico non può essere neutro di fronte a una catastrofe umana.
Può essere sobrio, equilibrato, preciso — ma non anestetizzato.
Ogni volta che una parola come “transumanza” viene pronunciata per descrivere chi rientra in una terra devastata, qualcosa si incrina nel patto tra giornalismo e verità.
Non si tratta di moralismo, ma di etica narrativa.
Il giornalismo non deve essere militante, ma neppure indifferente: deve sapere che il modo in cui si nomina il dolore decide se quel dolore viene compreso o rimosso.
Dare alle parole il peso che meritano
Non si chiede ai giornalisti di essere perfetti. La diretta, il ritmo, la concitazione di un notiziario possono generare scivoloni. Ma quando uno di questi scivoloni tocca una ferita aperta come Gaza, serve un momento di riflessione collettiva.
Non per punire, ma per ricordare che le parole contano.
Contano perché costruiscono empatia, o la distruggono.
Perché insegnano a guardare, o a distogliere lo sguardo.
Le persone che oggi “rientrano” a Gaza non sono un gregge che si muove ordinatamente verso il pascolo:
sono esseri umani che rientrano nella loro assenza, tra ciò che è rimasto, tra ciò che non c’è più.
E meritano che il loro dolore sia raccontato con precisione, rispetto e silenzio.
In fondo, è questo il mestiere del giornalismo: trovare le parole giuste quando non ce ne sono.

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