Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, ratificato dal governo israeliano, segna la fine di 735 giorni di guerra e l’inizio di una fase di incertezza diplomatica. L’IDF si ritira fino alla Linea Gialla, mentre Hamas si impegna a liberare tutti gli ostaggi vivi entro 72 ore.
Donald Trump, che ha giocato un ruolo centrale nella mediazione, ha annunciato che gli ostaggi “torneranno lunedì” e che circa 28 corpi saranno recuperati. In cambio, Israele rilascerà 1.950 prigionieri palestinesi, ma non Marwan Barghouti, la figura più simbolica della resistenza.
La tregua sarà sorvegliata da una task force congiunta di 200 soldati statunitensi e militari di Egitto, Qatar, Turchia e forse Emirati, segno della nuova architettura di sicurezza regionale costruita attorno alla mediazione americana.
Trump parteciperà domenica a un vertice al Cairo con i principali leader del Medio Oriente e d’Europa. L’obiettivo dichiarato è garantire una “pace duratura”, ma restano i nodi del disarmo di Hamas e della smilitarizzazione della Striscia.
Netanyahu avverte che senza questi passaggi “la guerra riprenderà”. Hamas, dal canto suo, promette di “non offrire scuse a Israele”. Il cessate il fuoco, dunque, è tanto storico quanto fragile: un equilibrio tra diplomazia e deterrenza, sospeso sul filo della fiducia reciproca.

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