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CORSERA ROMA COMMISSARIATO SAN FRANCESCO A RIPA CORONAVIRUS,SESSANTENNE ENTRA PER IL PASSAPORTO AGENTI GLI IMPEDISCONO DI EFFETTUARE IL RICHIAMO ANTICOVID.LUCIANA LAMORGESE INTERVENGA

Roma 26 luglio 2021 CorSera.it by Alain Grimaldi Tunisi 

Commissariato Francesco a Ripa, sessantenne entra per passaporto, costretto in una stanza non arieggiata, gli agenti impediscono di recarsi all'appuntamento convenuto a Villa Claudia per le ore 14.00,per il richiamo del vaccino anticovid .Trattenuto al Commissariato viene denunciato per interruzione di pubblico servizio. Stoia di ordinaria follia. Il ministro Luciana Lamorgese intervenga severamente sanzionando disciplinarmente tutti gli sagenti che si trovavano all'interno del Commissariato. Nessuno degli agenti è intervenuto per tutelare l'icolumità psicofisica del cittadino italiano. Sembra incredibile che come a Bolzaneto i diritti civili tutelati costituzionalemnte vengano disapplicati con tale disinvoltura.Non c'è alcun dubbio che i nostri commissariati di Polizia sono presidi di legalità e sicurezza per i cittadini sul territorio e dunque tutta la nostra stima e rispetto deve andare alle forze dell'ordine che ogni giorno sono impegnate a contrastare la criminalità organizzata.

Ma proprio perchè sono presidi di legalità e sicurezza , tra le altre cose è il compito principale della loro attività, i cittadini al loro interno dovrebbero essere protetti e ad ognuno garantiti i diritti costituzionali come quello della libertà, del libero pensiero, e anche nel caso di attività amministrative , documentare quanto accaduto, se trattasi di abusi o omissioni di atti d'ufficio. Se il cittadino si trova da solo all'interno di un commissariato e senza testimoni, la sua sola difesa rimane registrare i fatti. Fotografie e video registrazioni hanno potuto raccontare quanto accaduto, ad esempio i fatti di Bolzaneto. 

 Nel caso di specie, il cittadino intendeva dimostrare che l'ufficio pubblico dell'Anagrafe di Roma, era negligente, non avendo aggiornato il cambio di residenza richiesto dallo stesso alcuni anni prima. e che ne sta determinando il mancato rinnovo del passaporto. 

Giustizia. Roma Commissariato di Polizia San Francesco a Ripa, dove finiscono i diritti costituzionali dei cittadini, e' stata abolito il diritto di cronaca, la libertà di pensiero, norme a tutela della salute dei cittadini. Quella che vi raccontiamo sembra una storia incredibile, ma è accaduta all'interno di un Commissariato di Pubblica Sicurezza della Repubblica Italiana il giorno 27 luglio 2021. Nella prima mattinata, un sessantenne accompagnato dal figlio si è recato all'ufficio passaporti per il consueto rinnovo e si è visto privato di ogni sua libertà personale,sottoposto a fermo, assediato da 12 13 agenti di polizia che volevano sequestrargli il telefonino con il quale lo stesso stava registrando quando accadeva all'interno del Commissariato di Polizia, a tutela di quanto accadeva poichè lo riteneva in violazione dei suoi diritti costituzionali. "Lei non ci può riprendere" urlava un funzionaria donna con i vistosi capelli biondi. " Posso riprendere eccome, se dite delle sonore stronzate!!! "  pare abbia replicato il baldanzoso vecchietto.

 

Lo stesso anziano sessantenne era tra le altre cose, atteso presso la Clinica Vialla Claudia alle ore 14.00 per sottoporsi al richiamo vaccinale anticovid.Malgrado questo viene tratto in fermo per reati inesistenti e sottoposto a perquisizione con la finalità di seuestro del telefonino. "Lei si e' meritato questa punizione....a noi non interessa nulla che lei debba andare a fare il richiamo...."

Lo stesso malcapitato cittadino italiano lamentava di non potersi recare al suo appuntamento per il richiamo, ma nella totale indifferenza degli operatori, lo costringevano a rimanere isolato in una cella interno del commissariato guardato a vista. " Se vuole uscire deve firmare quello che abbiamo scritto noi...." " Vorrei fare una dichiarazione ...." " Non può rilasciare dichiarazioni .....questa non è una denuncia, non può fare dichiarazioni ....." Voglio dichiarare che non mi avete consentito di recarmi a fare il richiamo anticovid.... "

Per quanto ci riferiscono alcuni testimoni, il sessantenne avrebbe cercato invano di chiedere l'intervento dell'avvocato penalista e di contattare l'anziano padre malato di cancro con cui doveva vedersi prima di recarsi alle ore 14.00 per effettuare il richiamo del vaccino anticovid. Gli agenti di polizia gli hanno impedito ancora una volta di muoversi . " Potreste farmi accompagnare da una volante per cortesia ? Non fatemi saltare l'appuntamento con il richiamo per me è importante...." Il sessantenne era sottoposto a fermo per aver chiesto il rinnoco del passaporto e indicato con documentazione amministrativa alla mano, che la sua residenza era quella indicata . 

" Lei ha fatto male e adesso sta pagando ." "Adesso la denunciamo e le facciamo sequestrare il telefonino.... lei non  può riprenderci ....." Il sessantenne rispondeva che " sono dieci anni che cercao di avere il passaporto e non ci riesco .....mi mandate da un ufficio all'altro. " " Adesso lei non andrà più da nessuna parte, starà qui con noi per 12 ore ....."  Il cittadino sessantenne chiede allora di ricevere le cure di un medico poichè il forte stato di agitazione gli ha procurato uno stato di stress notevolissimo . "Mi sento male - si sente gridare mandatemi un medico e datemi un pò d'acqua " . " Se non firma il verbale non possiamo lasciarla andare...." "Dovrei andare a fare il richiamo .... per cortesia e' una cosa molto importante...." " Potrà sempre riprendere un appunamento.... non le succede niente....." 

Il cittadino entrato per rinnovare il passaporto si vede privato della sua libertà personale e quanto tenta di uscire dal commissariato, viene fermato da alcuni agenti di polizia. 

Lo stesso è costretto a tornare indietro, ad attendere l'arrivo dell'ambulanza , perdendo ogni chance di potersi recare in Clinica per sottoporsi al richiamo vaccinale. Denunciato per interruzione del servizio pubblico ex art. 250 c.p. gli agenti di polizia dopo avergli notificato l'atto lo lasciano allonatanare dal commissariato. Arrivata l'ambulanza il cittadino sosttoposto a fermo per un reato inesistente ( interruzione di pubblico servizio) chiede perentoriamente di essere accompagnto ad effttuare il richiamo del vaccino anticovid ma l'ineffabile infermiera risponde " A me non interessa nulla se lei deve fare il vaccino alle ore 14.00 , nn interessa niente della sua salute ...."  La stanza dove si trova il sessantenne intanto si riempie di agenti " E' stata colpa sua che non può fare il vaccino , così le sta bene ....." Il solito ineffabile agente di polizia che con sguardo beffardo come intendesse sfidare il cittadino recatosi presso il Commissariato con la sola colpa di aver richiesto il rinnovo del passaporto.

Ma l'infermiari continua non paga di quanto già dichiarato " Se lei adesso si comporta così non la faranno uscire , rimarrà qui dentro : Firmi la dichiarazione come l'hanno predisposta. "

L'infermiera si allontana con l'agente di polizia delal fotografia pubblicata, che pare essere la responsabile dell'ufficio passaporti . Le due ocnfabulano. L'infermiera omette di descrivere lo stato di agitaione e profondo turbamento psicologico del sessantenne che mostra un evidente stato di spossatezza psico fisica. Dopo quattro ore di tortura, per lui il Commissariato è diventato una camera di giustizia, privato di ogni possibilità di esprimere le sua opinione e quel che è peggio di descrivere il suo stato di devastazione psicologica e fisica. Torturato come a Bolzaneto. 

 

Cosa dice il Garante della Privacy

Come esplicitato dal Garante della Privacy con nota 14755 del 5 giugno 2012 pubblicata nella Newsletter n.359 del 7 giugno 2012 “I funzionari pubblici e i pubblici ufficiali, compresi i rappresentanti delle forze di polizia impegnati in operazioni di controllo o presenti in manifestazioni o  avvenimenti pubblici, possono essere fotografati e filmati, a meno che non vi sia un espresso divieto dell’Autorità pubblica” (Questo divieto può essere identificato nelle specifiche ordinanze  afferenti un determinato ambito spaziale e temporale che riconducano a ragioni di sicurezza le motivazioni del divieto, oppure ad attività che ricadono in quelle tutelate dal segreto “istruttorio” o di Stato).

Tale impostazione ricalca di fatto quanto espresso dalla sentenza della Corte di Cassazione Penale, Sez. IV,  datata 24 gennaio 2012, n.10697: “tutto quello che l’occhio umano può vedere, può anche essere fotografato e ripreso”. Per analogia può inoltre essere utilizzata a supporto anche la Suprema Corte Sez. I, l’8 febbraio 2013, sentenza n. 6339 (Nello stesso senso C., Sez.VI, 16 marzo 2011, n. 31342): “le intercettazioni regolate dall’art. 266 c.p.p., e segg., consistono nella captazione occulta e contestuale di una comunicazione o conversazione tra due o più soggetti che agiscano con l’intenzione di escludere altri e con modalità oggettivamente idonee allo scopo, attuata da soggetto terzo rispetto agli interlocutori mediante strumenti tecnici di percezione tali da vanificare le cautele ordinariamente poste a protezione del carattere riservato della comunicazione. Ne consegue che la registrazione fonografica di un colloquio, svoltosi tra presenti o mediante strumenti di trasmissione, ad opera di un soggetto che ne sia partecipe, o comunque sia ammesso ad assistervi, non è riconducibile, quantunque eseguita clandestinamente, alla nozione di intercettazione, ma costituisce forma di memorizzazione fonica di un fatto storico, della quale l’autore può disporre legittimamente, anche a fini di prova nel processo secondo la disposizione dell’art. 234 c.p.p.”. Ne consegue che se un soggetto ha il diritto di assistere ad un fatto, se non espressamente vietato, ha parimenti il diritto di registrare quanto può lecitamente osservare/ascoltare e che tale registrazione può entrare come prova atipica nell’ambito processuale.

Una volta che la registrazione è stata fatta va affrontata la fase, eventuale, della diffusione. La comunicazione individuale, la pubblicazione anche online o la messa a disposizione in qualsiasi modo di un filmato a un terzo, comprese la pubblica autorità o le forze dell’ordine, sono un processo indipendente, che richiede una giustificazione separata da parte del titolare del trattamento dei dati, che nel caso della trasmissione alla pubblica autorità o forze dell’ordine trova motivazione nell’obbligo giuridico di collaborazione con le stesse. Di particolare rilevanza, in proposito, è la sentenza del 14 febbraio 2019 della 2^ Sezione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea causa C-345/17. In tale dispositivo la corte europea tratta il caso di un cittadino lettone che dopo aver filmato l’operato di alcuni poliziotti intenti alla stesura di atti amministrativi nei suoi confronti all’interno di un commissariato, aveva pubblicato tale video sulla piattaforma “www.youtube.com”. La sentenza, oltre a trattare il caso specifico, fornisce volutamente delle indicazioni di carattere generale:

  • preliminarmente ribadisce che non vi è alcuna eccezione nella Direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995 (relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, ora superata dal GDPR- Regolamento generale per la protezione dei dati personali n. 2016/679, ma ancora in vigore per quanto non specificatamente normato dal GDPR) che escluda dal suo ambito di applicazione i trattamenti di dati personali concernenti funzionari pubblici;
  • afferma che la registrazione e la pubblicazione di un tale video rientrano nel trattamento dati personali sottoposto alla giurisdizione del diritto comunitario e non sono ricompresi in quelli sottrattigli perché aventi come oggetto la pubblica sicurezza, la difesa, la sicurezza dello Stato o le attività dello Stato in materia di diritto penale;
  • rileva come la definizione di tale attività come “a fini giornalistici”, che costituisce fondamento per l’applicazione dell’art.9 direttiva 95/46 CE (esenzioni e deroghe rilevando la primarietà del diritto all’espressione in caso di conciliazione con il diritto alla privacy) debba essere interpretata “in senso ampio” non rilevando se il soggetto esecutore della registrazione e/o pubblicazione sia classificato giornalista o meno, e nemmeno rileva in maniera esclusiva il mezzo di trasmissione utilizzato;
  • ribadisce che è competenza del giudice nazionale, utilizzando i parametri interpretativi europei, stabilire se la pubblicazione delle registrazioni abbia “quale unica finalità, la divulgazione al pubblico di informazioni, opinioni o idee” e che per effettuare una ponderazione tra il diritto al rispetto della vita privata e il diritto alla libertà di espressione vanno presi in considerazione (cit. Corte Europea diritti dell’Uomo 27 giugno 2017 CE:ECHR:2017:0627JUD000093113, § 165):
  • contributo ad un dibattito di generale interesse;
  • notorietà dell’interessato;
  • oggetto del reportage;
  • condotta anteriore dell’interessato;
  • contenuto, forma e conseguenze della pubblicazione;
  • modalità e circostanze di ottenimento delle informazioni;
  • veridicità delle informazioni.

Non irrilevante appare inoltre la forma della pubblicazione, è chiaro come il montaggio di scene video con l’esclusione di altre possa avere effetti suggestivi che possono arrivare anche ad integrare i reati di cui agli artt. 368 e 595 c.p.

Riassumendo possiamo affermare che:

  • durante l’esecuzione di attività amministrative la ripresa audio/video degli operatori è di norma permessa, eventuali divieti devono essere preventivamente e specificatamente emanati dall’Autorità motivandoli non genericamente;
  • nell’esecuzione di attività di p.g. andrà valutato se applicabile l’art.329 c.p.p.: non potrà il soggetto escusso a sit registrare l’atto così come non ne può avere copia; a seconda del luogo in cui l’atto avviene lo stesso dovrà essere preventivamente autorizzato dall’Autorità (aula di un tribunale, ufficio del comandante della stazione etc.) oppure dovrà nel caso essere vietato dalla stessa (perquisizione nella pubblica via, presso il domicilio del soggetto etc.);
  • l’eventuale utilizzo delle registrazioni effettuate dovrà essere vagliato successivamente, e quindi NON dagli operanti oggetto della registrazione, ma dal giudice di merito. Nel caso di pubblicazione NON avente come unica finalità la divulgazione di informazioni, opinioni o idee, il giudice dovrà valutare la sussistenza di eventuali violazioni quali ad esempio quelle di cui all’Art.167 “trattamento illecito di dati” del codice della privacy (D.lgs. 30 giugno 2003, n. 196) o altri sia di ordine penale che civile. Se la finalità è invece comunque ritenuta “unicamente giornalistica” dovrà comunque essere valutato, sempre dal giudice, se sono stati rispettati i criteri di essenzialità, interesse pubblico e veridicità dell’informazione, anche con il filtro interpretativo fornito dalle “Regole deontologiche relative ai trattamenti di dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica” pubblicate il 4-1-2019 e confluite nell’allegato A del Codice in materia di protezione dei dati personali aggiornato con il decreto 101 del 10 agosto 2018 “adeguamento della normativa nazionale al GDPR”[2].

Quali comportamenti dovranno in pratica assumere i vari soggetti per meglio tutelare i loro diritti?

Gli operatori di polizia, allorquando comprendano di essere videoregistrati, se non sussistono specifiche motivazioni che lo vietino, dovrebbero identificare compiutamente il soggetto operante, provvedere a far registrare la loro richiesta di non essere ripresi e che comunque non prestano il loro consenso alla diffusione delle immagini e/o dell’audio e che tuteleranno i loro diritti eventualmente violati nelle opportune sedi legali, sia civili che penali.

Eventuali intimazioni ad interrompere le registrazioni, o il sequestro delle apparecchiature in uso,  o l’ordine di cancellare le immagini acquisite, potrebbero infatti integrare un abuso da parte degli operatori di polizia stessi.

In ultimo, riservando una eventuale successiva digressione sul diritto di cronaca ad un futuro articolo,  una piccola nota aggiuntiva sulla vexata quaestio del divieto di riprese in ambienti militari:

l’articolo 261 del Codice penale punisce con la reclusione non inferiore a 5 anni

chiunque rivela taluna delle notizie di carattere segreto (..) è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni; (..) se si tratta di notizie di cui l’autorità competente ha vietato la divulgazione, la pena è della reclusione da due a otto anni”.

 


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