Micop, chiesti 6 anni per Coppola.L'accusa è di bancarotta fraudolenta

Roma 14.12.08 (corsera.it) Era un ragazzo di buone speranze quel Danilo Coppola che conobbi tanti anni fa.Venne nel mio ufficio per cercare di acquistare un immobile sul Lungotevere che poi cadde nelle mani di Leonardo Del Vecchio.Si capiva subito che le sue intenzioni erano serie.Fece il diavolo a quattro con la quella povera anima dell'Avv. Giuseppe Bianchetti,legale del Principe Borghese.Quella prima operazione falliva e io non ebbi più occasione di incrociare la sua strada.Diciamo che quando senti puzza di bruciato meglio stare alla larga.Lo vidi un'ultima volta che si infilava allo Yachting club Costa Smeralda,un parterre di benemeriti. Ebbi ragione? Mi domando come mai tanta altra gente,anche di caratura politica di primissimo piano abbia inteso sbruciacchiare le salsicce con Danilo Coppola? Non si capiva forse dove sarebbe finito l'astro nascente?

Sei anni di reclusione. E' questa la richiesta dei pubblici ministeri di Roma, Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli, al processo che vede Danilo Coppola imputato per bancarotta fraudolenta aggravata e patrimoniale in relazione al fallimento di una sua società, la Micop. Analoghe richieste di condanna per altri tre imputati, suoi collaboratori: Daniela Candeloro (4 anni e 6 mesi), Francesco Bellocchi (4 anni) e Alfonso Ciccaglione (3 anni).

 

 

 

Per Coppola e Bellocchi i pm hanno sollecitato anche pene accessorie mentre per Ciccaglione, che ha fornito un importante contributo in sede di indagine, sono state sollecitate le attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti. Per altri tre imputati, l'avvocato Paolo Colosimo e i collaboratori di Coppola Andrea Raccis e Luca Necci, è stata invece chiesta l'assoluzione.

Per tutti gli imputati è stata chiesta l'assoluzione in relazione al reato di induzione al falso in merito alla individuazione di un prestanome che avrebbe dovuto gestire la società. La Micop, un buco da 13 milioni di euro, fu dichiarata fallita lo scorso anno. Il processo per il fallimento della Micop è uno dei filoni di indagine scaturito dal crack finanziario, 130 milioni di euro del gruppo Coppola.

"Non mi fiderei più dei miei collaboratori"
"Se tornassi indietro non mi affiderei più ad alcuni miei collaboratori, soprattutto ad Alfonso Ciccaglione. Avrei controllato più da vicino". Questa la riflessione dell'immobiliarista Danilo Coppola al termine della requisitoria della procura della capitale. "Io mi occupavo della strategia - ha spiegato -, non dei dettagli di core business o degli immmobili cui erano addetti le terze e le quarte linee del mio gruppo. E' lampante che non ne potessi essere a conoscenza".

"Quanto alla richiesta della procura, ritengo che la pena sia molto alta - ha aggiunto -. Abbiamo pagato tutto quello che dovevamo alla Micop. Abbiamo fatto una transazione definitiva per pagare oltre 122 milioni di euro, somma di gran lunga superiore a quanto il fisco doveva prendere. Abbiamo lasciato all'Agenzia delle Entrate 10 milioni in più per le pendenze future".

"Purtroppo ho ancora l'obbligo di dimora a Grottaferrata e la cosa non mi consente di risolvere la situazione - ha proseguito -. A malincuore e senza fare polemiche, voglio ricordare che dal primo marzo 2007, giorno del mio arresto, ho sempre detto che volevo immediatamente pagare. Ma quel provvedimento di custodia cautelare devastante, così come quelli successivi, oltre ai sette mesi di carcere, i quattro di ricovero in ospedale e tre ai domiciliari, mi hanno impedito di poter trovare quelle risorse finanziarie per poter definire con il fisco, anche se nonostante tutto ci sono riuscito".

"Qui nessuno ha ucciso nessuno - ha concluso Coppola - . L'eventuale reato è il danno tributario che è stato pagato e verrà ulteriormente pagato. Le contestazioni dell'ordinanza riguardano circa il 4% del fatturato che era di un miliardo e mezzo l'anno".

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